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Da Eurozine: Quelques remarques sur la traduction des textes de la théorie littéraire française en Slovaquie

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Les textes de la théorie et de la critique littéraire françaises des années 1960 et 1970 (Roland Barthes, Paul Ricoeur, Gérard Genette et autres) sont devenus des "classiques", ...  Or, ces textes commencent à être plus systématiquement traduits en Europe centrale, notamment en Slovaquie, depuis seulement une dizaine d'années ; plus exactement depuis la fin des années 90. Il se produit donc une situation assez curieuse : ces textes ou les synthèses sur ceux-ci – qui ont joué un rôle important voire presque" révolutionnaire " dans la pensée critique des années 1960-1980 –, se retrouvent souvent pour la première fois dans un autre espace culturel avec un décalage de plusieurs décennies.ques " en France et en Europe occidentale

                                                Jana Truhlarova

Cercando un'altra Serbia. Due traduzioni italiane di un canto epico.

29.08.2008

Formato pdf

Autore: Slobodanka Ciric

Two italian translations of a Serbian Epos. The older one is by Niccolò Tommaseo, charmed by a Romantic view of the Serbian People and traditions. The other one is featured by Slobodanka Ciric, a contemporary Serbian poet, now living in Naples.

Download PDF      http://www.lerotte.net/download/article/articolo-102.pdf

Image: Adam Stefanović, The Kosovo Battle, oil on canvas, 1870.

 

 
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Le rotte seguite da questo scritto

  • Perché tradurre dal Serbo, io serba a Napoli.

 

  • Nel 1999 piovevano bombe sulla Serbia, e l’attrice Ivana Žigon recitava i versi sul Ponte Branko di Belgrado, facendo da scudo umano ed io, trovandomi al “sicuro” a Napoli, mi sentivo in dovere di reagire, di fare qualcosa, di dare voce alla mia gente. Ho cominciato così a tradurre i versi più significativi della storiografia serba e a declamarli nei cortei, nelle piazze, ovunque qualcuno fosse disposto ad ascoltarmi.
    Il testo di partenza del canto epico serbo presenta l’uso combinato del participio passato, del passato remoto e del presente storico. Nella lingua serba l’uso del presente storico è frequente e si presta a sostituire sia verbi dall’aspetto perfettivo (che indicano azioni momentanee e di breve durata nel tempo) sia verbi dall’aspetto imperfettivo (indicanti azioni durative). Tommaseo traduce il canto rispettando i tempi del testo di partenza, mentre io vivo con l’angoscia il presente, ho urgenza di comunicare, di gridare il mio dolore e per questo trascino anche il canto nel presente, a volte pur maldestramente, a volte napoletanizzandolo, sfreggiandolo. Non ho tempo per riflettere, la bariera linguistica mi impedisce a ricercare le parole più adatte, e tutto questo si riflette chiaramente nel testo di arrivo.
  • La memoria e la poesia
  • La memoria è una mappa criptata il cui codice d’accesso è la volonta di ricordare. La memoria di un popolo nasce e acquista consistenza laddove esso ha maturato una coscienza dei valori che lo contraddistinguono. La consapevolezza del possesso di un patrimonio culturale da salvaguardare e tramandare ai posteri, offre lo spunto per una riflessione e un’interpretazione da cui sviluppare una riflessione ed un’ interpretazione della realtà passata e presente del proprio paese. Il verbo “balcanizzare” è utilizzato in molte lingue nel senso di “ridurre uno Stato in condizioni di disordine o di frammentazione”, come lo definisce lo Zingarelli. Credo che oggi, grazie alla ben riuscita propaganda antiserba, la stragrande maggioranza traduce inconsciamente il verbo “balcanizzare” come “serbizzare”. Ma giustizia vuole che si vada al di là dello stereotipo che intende la Serbia come il destabilizzatore dei Balcani, vaso di Pandora, che nessuno riesce a richiudere. Il volto della Serbia non è solo quello feroce trasmesso dai media.
  • La poesia serba raccoglie una memoria che fu compresa immediatamente da molti poeti e pensatori, tra cui Goethe, e lo stesso Nicolò Tommaseo, che così ebbe a scrivere: “Quest’è la più antica, la più epica, ed alta poesia d’Europa: questi al popolo slavo documenti di vera nobiltà, e vaticinii d’illustre avvenire”. Anche se gli ultimi decenni della storia del mio popolo non rientrano nell’ottica “d’illustre avvenire”, il seme della sua poesia, germoglia e cresce ancora e, per dirlo con Tommaseo, “La poesia è il vaso d’oro in cui, distillata con lacrime, serbasi umana speranza”. A questa Serbia vorrei qui dare spazio e voce. 
  • Canti epici serbi    
  •  I Serbi non cantano tanto l’amore e la bellezza quanto le gesta dei loro eroi. I versi non sono in rima; sono composti da cinque trochei, con posa dopo il secondo:  ciascun verso esprime un pensiero, o una figura a sé ed è indipendente, libera la prosodia, ammette scorci e diminutivi gentili. Il poeta rievoca talvolta sé stesso nel finale del testo o lascia al lettore delle domande in modo da poter continuare la storia. L’epica serba è stata paragonata all’epica omerica: Milman Parry e Lord Albert Bates, rivelarono che i cantori serbi, i “guslari”, erano in grado di memorizzare e recitare in pubblico canti eroici delle dimensini dei poemi omerici, grazie ad espedienti mnemonici come le espressioni formulari (“gruppi di parole che si ripetono”), del tutto analoghe alle formule e agli epiteti ricorrenti nei poemi omerici. 
  • I canti epici serbi storicamente si dispiegano in  otto cicli: 1. ciclo precossovaro; 2. ciclo cossovaro; 3. ciclo di Marko Kraljević; 4. ciclo dei Branković e degli Jakšić; 5. ciclo dei Crnojević; 6. ciclo degli Ugričić e dei bani croati; 7. ciclo degli aiducchi (briganti); 8. ciclo degli uscocchi (pirati).
  • La battaglia del Kosovo polje (Campo dei Merli) è stata combattuta il 28 giugno 1389, il giorno di San Vito, vicino a Priština. L’esercito turco era condotto dal sultano Murat, accompagnato dai due figli, Jakub e Bajazid, mentre a capo dell’esercito serbo c’era lo zar Lazar. Nel momento in cui venne ucciso il sultano per mano di Miloš Obilić, i Serbi stavano avendo la meglio. Il prode principe - che richiama le gesta di Orlando di Roncisvalle – fingendo di volersi sottomettere al sultano, lo uccise. Malgrado questo eroico gesto, Bajazid prese energicamente il comando, uccidendo per primo il fratello Jakub, per poi vincere la battaglia e riuscire a catturare lo zar facendolo decapitare. La battaglia del Kosovo sancisce la fine del regno indipendente dei Serbi. Naque così la poesia eroica e lirica tramandatasi oralmente, che racchiude in sé gli echi delle  chansons des gestes del Sacro Graal, ma anche del teatro dei pupi siciliani.
  • L'eroe eponimo - reale e mitico - dei Serbi era Marko Kraljević. Il cantore epico lo descrive come un invincibile gigante il quale, arrivando sul campo di battaglia in groppa al suo cavallo Šarac (un cavallo alato, ariostesco ippogrifo o Pegaso della mitologia greca), agitava, con una sola mano, una mazza ferrata che pesava 66 oka, sbriciolando le orde dei turchi a frotte e falciando le loro teste, mentre con l’altra brandiva la spada lasciatagli dal padre. Il popolo non si rassegnava, soffrendo per la sconfitta, mettendo in risalto supremazia numerica del nemico e accusando Vuk Branković, il genero dello zar, di tradimento. Il suo ruolo ingrato, come pure il suo attegiamento, viene paragonato a Giano di Magonza. Il tragico retroscena è segnato dalla sofferenza e dai lutti delle tante figure femminili.
  • La cultura europea occidentale ha consociuto i canti popolari serbi grazie all’antropologo e filologo serbo Vuk Stefanović Karadžić (1787-1864) che vivendo a Vienna, influenzato dal romanticismo tedesco, decise di  trascrivere le musiche, i canti epici e le ballate popolari. Come collezionista ed editore di canti popolari serbi (“serviani”), Karadžic suscitò notevole interesse in Giacomo Leopardi il quale gli dedicò più di una pagina dello Zibaldone. Leopardi con ogni probabilità, pur seguendo le vicende della raccolta della stampa francese, non la ebbe mai fra le mani, intuiendo tuttavia il fascino e la pecularietà di una terra per lui sconosciuta, anche se non molto distante, considerata letteralmente vergine.
  • Niccolò Tommaseo non solo tradusse i canti epici serbi chiamandoli “Canti Illirici”, ma nella loro prefazione abbozzò a grandi linee la storia dei Serbi, ponendo in risalto soprattutto il periodo della grandezza del regno della “Rascia” tra il XIII e XIV secolo, per poter affermare che la Serbia, già “nido a un impero”, veniva chiamata a ricollegare le “lacere membra” della nazione in un unico corpo. La storia e la poesia serba, diffatti, testimoniano eloquentemente, a suo avviso, la costante e irriducibile aspirazione virile alla libertà animata dal popolo intero; i canti Illirici avevano, nei desideri del Tommaseo, un valore eminentemente civile e non solo per gli Slavi, ma anche per gli Italiani, ai quali egli indicò la pastorale ed arretrata Serbia come modello da seguire nella lotta per l’indipendenza. Nell’introdurre il canto dei Corbi messaggeri, nel quale alla moglie del capitano turco sconfitto, viene narrata da due uccelli insanguinati la vittoria di Karadjordje sul campo di Mišar, egli si lasciò sfuggire questo eloquente sospiro: “Oh, di questi corbi drammaturghi perché non ne vola dalle foreste di Serbia taluni alle scene nostre?” La raccolta dei canti popolari serbi fu, insieme alla Bibbia, l’unico libro che portò con sé in esilio. Con il tintinio delle sciabole in casa, anche Gabriele D’Annunzio scrisse la sua “Ode alla nazione serba”. Scriveva nel suo diario: “Penso ai Serbi e a Marko Kraljević. Onde liriche ... Il rombo del cannone è lontano. La vita energica è laggiù, come dileguata da me per sempre. Ho sotto mano i canti epici serbi,...” L’Ode di D’Annunzio, molto patriottica, a mio parere, è una ben riuscita riscrittura dei canti epici serbi che racchiude tutti gli otto cicli dei canti, da quello precossovaro, fino a quello degli aiducchi, i briganti, una spece di Robin Hood serbi. Egli mostrava un’ammirazione ed una passione sviscerata per il popolo che si sacrificò per difendere il Kosovo dagli Ottomani. Scrive ”Tieni duro, Serbo!... Se pane non hai, odio mangia; se vino non hai, odio bevi; se odio sol hai, va sicuro.”             
  • Frammenti di un'altra Serbia.
  • Stefano Nemanja (1112-1199) canonizzato con il nome di San Simeone era il fondatore della dinastia reale dei Nemanjić, a volte italianizzata in Nemanidi. Prendendo il potere nel 1166, veliki župan Stefano Nemanja riuscì a espandere lo stato di Rascia verso est, annettendo il litorale adriatico e la regione di Zeta egli la rese Regno unitario, dedicandosi  intensamente alla costruzione di nuovi monasteri Djurdjevi Stupovi e di Studenica nella regione di Rascia, il monastero di Hilendar sul Monte Athos che divenne il centro della cultura serba dell’epoca.
  • Suo fratello Miroslav Zavidović (- 1190), gran principe di Zahumlje (Erzegovina), fece costruire il monastero San Pietro lungo il corso del fiume Lim (dall’latino limes – confine) che scorre in Montenegro Serbia e Bosnia, dove fece redigere intorno al 1180 l’edizione del vangelo in lingua serba, Mirosavljevo Jevangelje, il Vangelo di Miroslav. 
  • A Stefano Nemanja succedette il figlio mediano Stefano II (1252-1316), mentre al primogenito, Vukan, venne affidato il controllo della regione di Zeta (l’attuale Montenegro). Il figlio più giovane, Rastko, divenne un monaco nel monastero del Monte Athos e decise di prendere il nome di Sava, impegnando le sue energie nella diffusione del Cristianesimo tra il popolo serbo. 
  • San Sava (1175-1235) si recò nella città principale della penisola di Athos, Karyes, per ottenervi un’arca su cui erigere una cella per la vita di solitudine nel Signore. Per fissare la regola liturgica della preghiera per sè e per i posteri, redasse il famoso Karejski Tipikon. Si tratta di uno dei più importanti documenti della letteratura spirituale serba. In 115 righe, Sava fissa le norme dell’orazione, del digiuno e del culto liturgico che ogni Kelliota (monaco vivente in cella) deve seguire a Karyes. Presso le autorità eclesiastiche bizantine, Sava, si prodigò per garantire lo status di autocefalia per la Chiesa ortodossa serba e divenne, a 44 anni, il primo arcivescovo e primate della Chiesa nazionale serba, il più importante santo della tradizione serba, patrono dell’educazione e della medicina. Ha tradotto dal greco in slavone Nomokanon, un’opera bizantina di diritto canonico di san Fozio il Grande (IX sec.) intitolata in slavone Kormčaja knjiga (Libro del nocchiero). La traduzione conteneva non solo canoni eclessiastici – inclusi i decreti dogmatici dei sette concili ecumenici – con i commenti dei migliori canonici greci, ma anche numerose norme attinte dai padri della chiesa assieme a molte altre provenienti dagli editti del grande imperatore bizantino Giustiniano (VI sec.).
  • Stefano II, secondo figlio di Stefano Nemanja e conosciuto anche come Stefan Prvovenčani, venne incoronato re di Serbia dal papa Onorio III nel 1217.
  • Lo stato serbo medievale raggiunse l’apice nella metà del XIV secolo, durante il regno di Stefan Dušan (1308-1355), incoronato nel 1346 imperatore dei Serbi, dei Greci, dei Bulgari e degli Albanesi. Stefan Dušan introdusse il Dušanov zakonik (Codice di Dušan, 1349), un importante documento giuridico unico fra gli stati europei contemporanei, che comprendeva più di 200 articoli, con la codificazione delle leggi tradizionali non scritte, dal diritto eclesiastico, di elementi di diritto pubblico che lo prefigurano come una antica legge costituzionale.
  • Un altro testo conservatosi grazie all’interesse della Serbia medievale per la cultura bizantina e greca è l’Alessandride Serba – romanzo scritto da un autore sconosciuto, (il cosidetto Pseudo-Callistene), sulla vita e sulle vicissitudini di Alessandro Magno. Il testo di Alessandride Serba, risale all’originale bizantino in lingua greca del XIII-XIV sec. d.C., ma fu introdotto in Russia nel XV sec. nella sua versione serba, da cui proviene il nome. Questa era la Serbia prima dell’arrivo degli ottomani, prima della battaglia di Kosovo, prima dell’Elogio funebre, scritto dal despota Stefan Lazarević in onore  dello zar decapitato, suo padre. Questa era la Serbia prima del supplizio sul palo, prima del tributo in sangue (i Serbi dovevano consegnare i propri figli migliori alla corte del sultano per rimpinquare le schiere dei Giannizzeri), prima della notte durata cinque secoli sotto il giogo turco. E a volte, anche loro, gli infedeli, si inginocchiavano davanti alla maestosa dignità della Serbia e lasciavano i segni della propria riverenza nei suoi confronti.
  • Subito dopo l’ingresso in Serbia dell’esercito di Mehmet II al Fatah, conquistatore di Costantinopoli, arrivò a Prizren il più grande poeta persiano, Hafez, che abbagliato dalla bellezza della chiesa Bogorodica Ljeviška scrisse i grafiti di lode sotto uno dei suoi afreschi: “La pupilla del mio occhio in Te si annida/Onorami di entrare, questa è la tua casa.”
  • Oggi, quel che resta di questa chiesa, e di tutto quel che era serbo nel Kosovo, non susciterebbe l’ammirazione di nessuno.
                                                                                 Slobodanka Ciric