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Sito realizzato con il patrocinio del Dipartimento di Studi Comparati - Università degli studi di Napoli "l'Orientale" e del dipartimento di Studi Europei e interculturali dell'Università di Roma "La Sapienza"Le Rotte
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Fortini traduttore di Kafka
Commentando nelle Istruzioni per il “Romanzo da tre soldi” (1958) la ricerca drammaturgica di Brecht, Fortini istituiva una esplicita analogia fra gli obiettivi del teatro dello straniamento e la propria idea di traduzione: «L’importante è che lo spettatore sia messo in condizione di farsi traduttore; che dalla contemplazione di orbite apparenti e lontane egli tragga le leggi del suo proprio moto, e le pronunci per mutarle». Reinterpretava così lo stesso compito del traduttore in un senso a lui più congeniale, saltando a piè pari il falso dilemma fedeltà/infedeltà ed esaltando
invece l’arte necessaria della distanza, per riaffermare l’esercizio critico della poesia come esercizio critico della verità. Scelte di stile ovvero scelte di campo: discendono da questa impegnativa equivalenza anche le riflessioni di Fortini sulle ragioni dello scrivere dal punto di vista del tradurre, cui è dedicato un capitolo non secondario della sua attività letteraria
(Immagine: disegno di Franz Kafka)
Maddalena Crippa legge Celan all'Auditorium di Roma. Introduce Camilla Miglio
Fondazione Musica per Roma presenta
Maddalena Crippa legge Celan
Introduzione di Camilla Miglio
GIOVEDì 16 APRILE 2009, AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA
TEATRO STUDIO ORE 21
http://www.auditorium.com/eventi/4937566
Domenico Pinto su Herta Müller, premio Nobel per la letteratura 2009
09.10.2009
Autore:
Il traduttore Domenico Pinto traccia un profilo forte e suggestivo della scrittrice rumeno-tedesca in un articolo apparso oggi, in versione leggermente modificata, sulle pagine del "manifesto".
Le rotte seguite da questo scritto
Nata nel 1953 a Niţchidorf, comune di millecinquecento anime della Romania, appartenente alla minoranza degli svevi del Banato – ramo della più vasta famiglia degli svevi del Danubio – Herta Müller porta scritto nel palmo della mano un destino di duplice oppressione.
Da un lato la violenza sovietica verso un paese fascista, che con Antonescu era stato alleato di Hitler – dal gennaio del 1945 tutti i tedeschi romeni tra i 17 e i 45 anni vengono infatti deportati nei campi di lavoro per la riparazione dei danni di guerra; quindi l’oppressione delle ‘minoranze coabitanti’, inasprita dal regime di Ceauşescu, che facendo strame della costituzione porta il numero dei tedeschi presenti in Romania, tra il 1956 e il 1989, a rarefarsi fino a un decimo rispetto agli anni dell’immediato dopoguerra.
Con Franz Hodjak, Werner Söllner e Richard Wagner, Herta Müller è parte di una costellazione di autori che dagli anni Ottanta ha aperto nella letteratura di lingua tedesca nuove prospettive e conquistato nuovi spazi espressivi, facendo scoprire al lettore – insieme a quella della Germania dell’Ovest e dell’Est, austriaca e svizzera – l’esistenza di una « quinta letteratura tedesca», innervata da una lirica notevolissima, posta sul confine di una doppia opposizione (con dinamiche ancora più drammatiche che nella DDR), tra il potere della tirannia e quello altrettanto dispotico della conservazione, del mondo pietrificato di ieri.
Herta Müller reseca questo doppio vincolo, sul piano politico rifiutando di collaborare con la Securitate, il servizio segreto della Romania comunista – il tal modo perdendo il lavoro di traduttrice alla fabbrica in cui lavora –, e sul piano della parola scrivendo il suo primo volume di prose, Bassure. L’opera non potrà apparire che censurata, mentre esce nel suo aspetto originario in Germania, edito da Rotbuch nel 1984. La raccolta di prose delinea, nella forma dell’anti-idillio, la vita contadina dell’enclave tedesca: 15 miniature di un mondo malvagio, attraversato dall’odio e dalla violenza, arroccato nel suo cattolicesimo e nella superstizione, scandito dai cicli solari ed ecclesiastici, corrotto, isolato, cieco a ogni progresso.
Scatta a questo punto la mordacchia del regime, con il divieto di pubblicazione e di lavoro, che la porterà a lasciare il paese insieme al marito di allora, il poeta Richard Wagner, alla volta della Repubblica Federale Tedesca, dove la sua intensa attività di scrittura può finalmente svilupparsi.
La prosa concentrata e acuminata, intermittente di Müller, che non di rado presenta venature liriche, bascula continuamente tra l’andare e il rimanere, è alla ricerca di una patria – se la propria è avvelenata da Ceauşescu «il padre di tutti i morti» –, ritorna sul passato che stenta a passare, tira le somme della militanza del padre nelle SS. È un complesso di temi non del tutto nuovi, ma nella Müller, forse per una sorta di principio delle aree laterali operante anche nelle idee, ci arrivano con una forza, e vivono una persistenza, che non conoscevamo. In Italia il suo destino editoriale, a fronte di una produzione ormai cospicua, si è fissato in un’immagine esigua: oltre al già menzionato Bassure (Editori Riuniti 1987), solo il romanzo breve In viaggio su una gamba sola (Marsilio 1992). Si deve a un coraggioso piccolo editore, Keller, la stampa in tempi recenti, a quindici anni dall’ultima pubblicazione, di quello che forse è il suo capolavoro (Herztier, ‘La bestia cuore’, del 1994), con il titolo Il paese delle prugne verdi. Con forti tinte autobiografiche, la narratrice percorre la propria infanzia, lo studio, il lavoro, le articolazioni del potere e il controllo, onnipresente, esercitato sui cittadini, la quotidianità di quattro giovani dissidenti, fra gli anni Settanta e Ottanta, all’interno del dispositivo totalitario, e attraverso la fuga nella Germania dell’Ovest il libro finisce per divenire uno struggente apologo di ogni Heimat.
Negli anni, in Germania, i riconoscimenti a questa scrittrice si sono fatti numerosi, a Herztier è seguito un terzo romanzo (Heute wär ich mir lieber nicht begegnet, 1997), in cui continua a riscriversi l’andamento della dittatura romena, vista quasi come storia trascendentale dell’uomo; diversi volumi di poesia, fra cui Die blassen Herren mit den Mokkatassen (2005), in cui si amplia il suo universo di collage foto-testuali, mosaici, puzzle ottici dove è accampato il gioco di parola, il piglio scurrile e surrealista.
L’ultimo, e più ambizioso, progetto di Herta Müller è l’appena pubblicato Atemschaukel (‘altalena del respiro’), edito da Carl Hanser Verlag, con cui si rompe un tabù, anch’esso pietrificato, della deportazione in Russia dei tedeschi romeni, puniti come nemico e per ritorsione esemplare contro una nazione che, sotto un regime fascista, era fra le più zelanti nel collaborare con i nazisti. Nel 2001 la Müller incontra Oskar Pastior – il grande lirico bilingue di origine transilvana, morto nel 2006, cui nello stesso anno viene assegnato postumo il Büchner-Preis – e ne diventa il magnetofono. Raccoglie tutti i suoi ricordi a penna, trasferendoli dalla lingua contratta, stenografica del virtuoso della parola, in una struttura pienamente romanzesca. La base documentaria di Pastior, le sue memorie – che era stato a lungo prigioniero dei Russi – fanno quasi di questo libro un’opera scritta a quattro mani con un morto, tra le testimonianze più alte di chi, come la Müller, ha dedicato la propria attività di scrittrice – in maniera inesausta – alla ricerca di una patria, di un albergo, pur nella lontananza, e all’analisi dei meccanismi sempre ritornanti vòlti ad annientare l’uomo.



