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"Quando il Demone fuggi, l'Angelo apparve" - Poesia persiana e sovversione
Quando il Demone Fuggì l'Angelo Apparve - Poesia persiana e sovversione
Domenico Ingenito è intervistato sul valore eversivo della poesia persiana classica.
Intervista a cura di Farian Sabahi per la Radio Svizzera. Introduzione e traduzioni a cura di Domenico Ingenito.
http://www.fileden.com/files/2010/4/24/2838230//domenicoingenito.mp3
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Archivio del Novecento: Kafka, Dei Codici / Von den Gleichnissen
Tradendo Kafka. Von den Gleichnissen . Tradurre e tradire non hanno la stessa origine. Tradire viene dal latino trādere: consegnare. Giuda che consegna Gesù lo tradisce, mentre tradurre da tradūcere, trasportare. Accettare il tradimento dell’originale, poiché la traduzione si realizza tradendo l’originale, per consegnarlo nelle mani altrui, permette però di riattivare la scrittura.
Le rotte seguite da questo scritto
Tradendo Kafka.
Von den Gleichnissen
“Perché il senso è una freccia senza codice.”
D.A.
Tradurre e tradire non hanno la stessa origine. Tradire viene dal latino trādere: consegnare, Giuda che consegna Gesù lo tradisce, mentre tradurre da tradūcere, trasportare. Accettare il tradimento dell’originale, poiché la traduzione si realizza tradendo l’originale, per consegnarlo nelle mani altrui, permette però di riattivare la scrittura.
Leggendo le traduzioni dell’apologo Von den Gleichnissen, [Delle metafore - 1922] di Franz Kafka e provando a tradurlo mi sono resa conto che la proverbiale chiarezza delle immagini kafkiane veniva qui a mancare. L’apologo recita:
Von den Gleichnissen
Wenn der Weise sagt: »Gehe hinüber«, so meint er nicht, daß man auf die andere Seite hinübergehen solle, was man immerhin noch leisten könnte, wenn das Ergebnis des Weges wert wäre, sondern er meint irgendein sagenhaftes Drüben, etwas, das wir nicht kennen, das auch von ihm nicht näher zu bezeichnen ist und das uns also hier gar nichts helfen kann. Alle diese Gleichnisse wollen eigentlich nur sagen, daß das Unfaßbare unfaßbar ist, und das haben wir gewusst. Aber das, womit wir uns jeden Tag abmühen, sind andere Dinge.
Darauf sagte einer: »Warum wehrt ihr euch? Würdet ihr den Gleichnissen folgen, dann wäret ihr selbst Gleichnisse geworden und damit schon der täglichen Mühe frei.«
Ein anderer sagte: »Ich wette, daß auch das ein Gleichnis ist.«
Der erste sagte: »Du hast gewonnen.«
Der zweite sagte: »Aber leider nur im Gleichnis.«
Der erste sagte: »Nein, in Wirklichkeit; im Gleichnis hast du verloren.«
In italiano da Racconti, a cura di Giulio Schiavoni, Rizzoli, Milano, 1995.
Delle metafore
Quando il saggio dice: “Vai dall’altra parte” non intende dire che si debba passare dall’altro lato della via, cosa che potremmo anche fare se il risultato ne valesse la pena; egli intende invece qualcosa di favoloso “dall’altra parte”, qualcosa che noi non conosciamo, che neppure lui può indicare con maggiore chiarezza, e che qui perciò non ci è di alcun aiuto. In fondo, tutte queste metafore non vogliono dire altro se non che l’inconcepibile è inconcepibile, e questo ci era già noto. Ben altre, però son le cose con cui ci arrabattiamo ogni giorno! A questo punto qualcuno disse: «Perché fate resistenza? Se seguiste le metafore, sareste diventati voi stessi delle metafore e quindi vi sareste già liberati dall’affanno d’ogni giorno».
Un altro disse: «Scommetto che anche questa è una metafora!».
Il primo rispose: «Hai vinto».
Il secondo disse: «Ma purtroppo soltanto metaforicamente».
Il primo replicò: «No, nella realtà. Hai perso metaforicamente».”
Un ulteriore traduzione si trova in Racconti, a cura di Ervino Pocar:
Delle similitudini
Molti si lamentano che le parole dei sapienti siano sempre e soltanto similitudini che però non si possono applicare alla vita d’ogni giorno, la sola che possediamo. Quando il saggio dice: «vai di là» non intende che si debba passare dall’altra parte della via – cosa che si potrebbe anche fare, se mettesse conti di andarci – ma intende qualche «di là» favoloso, qualcosa che non conosciamo, che nemmeno lui saprebbe indicare meglio e che pertanto qui non ci può giovare affatto. In fondo tutte queste similitudini dicono soltanto che l’Inconcepibile è inconcepibile, e questo si sapeva. Ma altre sono le cose che ci affaticano ogni giorno.
A questo punto uno disse : «Perché vi opponete? Se seguiste le similitudini, voi stessi diverreste similitudini, e quindi sareste liberi del travaglio quotidiano».
Un altro disse:«Scommetto che anche questa è una similitudine». Disse il primo: «Hai vinto».
Disse il secondo: «Ma purtroppo soltanto nella similitudine».
Disse il primo:«No, nella realtà; nella similitudine hai perduto».
Il nodo nella traduzione di questo apologo è legato proprio al termine Gleichnis. Lo scrittore mette in difficoltà il lettore, che non potrà seguire un’unica interpretazione, un senso unico e spinge il lettore alla ricerca del senso. Gleichnis significa: immagine, simbolo, metafora, parabola, indica un simbolo, un immagine che sta per qualcos’altro. La parabola ad esempio è una forma di racconto che contempla l’uso di una similitudine per semplificare un ragionamento, in seguito per esplicare un insegnamento di tipo morale, come nel Vangelo le parabole di Gesù. Questo simbolo è un oggetto uguale a, poiché gleich significa uguale, è una immagine che rimanda ad un altro significato così come avviene per un codice.
“I disegni rappresentano oggetti; un disegno che rappresenti un uomo, una casa e un albero, in sé non dice niente. Ovvero potrebbe farlo solo con un codice appropriato o un insieme di convenzioni, ma un codice non è disegnabile, se non con l’aiuto di un altro codice non distinguibile. I codici alla fine devono essere spiegati con qualcosa di più delle semplici descrizioni figurative, debbono cioè essere compresi dagli uomini per mezzo di parole o per mezzo di un contesto umano complessivo. Uno scritto non consiste di semplici disegni, di rappresentazioni di oggetti, ma è un’espressione verbale, ossia parole che qualcuno dice o immagina di dire.”
In questo senso le metafore, i simboli, le immagini, le Gleichnissen di cui parla Kafka sono: codici. I simboli di cui scrive, con cui scrive, hanno bisogno di un rimando a qualcos’altro che sarà però sempre un simbolo. Proviamo a seguire questa intuizione cercando di superare l’opposizione naturale che viene dalla consapevolezza del tradimento del senso letterale attribuito dai vocabolari alla parola Gleichnis.
Dei codici
Molti si lamentano del fatto che le parole dei saggi sono sempre di nuovo solo codici, ma inutilizzabili nella vita quotidiana e noi abbiamo questa una e sola. Quando il saggio dice:"Vai di là" non intende dire che si dovrebbe andare di là dall'altra parte, cosa che si potrebbe comunque realizzare, se il risultato ne valesse la pena, bensì intende un qualche leggendario al di là, qualcosa che non conosciamo, che neanche lui può indicare più da vicino, e inoltre la cosa non ci è per niente d'aiuto qui. Tutti questi codici vogliono proprio dire solo che l'inconcepibile è inconcepibile, e questo noi lo sapevamo. Ma questo, che ogni giorno ci affatica, è altra cosa.
A riguardo uno disse:"Scommetto che anche questo è un codice".
Il primo disse:"Hai vinto".
Il secondo disse:"Ma purtroppo solo in codice".
Il primo disse:"No. in realtà; in codice hai perso".
Codici sono anche quelli della tradizione ebraica contenuti nel Pentateuco. Quindi volendo questo apologo può riferirsi ai “codici” che non vengono più letti ed interpretati e non hanno perciò più parte attiva nella vita degli ebrei assimilati, ma è anche la società della scrittura ad essere la società del codice. Il codice rimanda ad un sapere che va al di là del disegno, di ciò che si vede, per svelare una realtà che è sempre la realtà interna al codice: la verità del codice. Fortini scrive a riguardo:
"La sua opera è infatti l’unica, nel mondo moderno, ad avere dichiaratamente per oggetto il symbolon, la pietruzza segnata da una cifra convenzionale, di cui discorre l’Apocalisse. Avere come soggetto il simbolo, cioè affermare un mondo nel quale ogni cosa e parola, ogni sentimento ed ogni ragione sono segno, sintomo e spia di altro, e dove tutto si trasforma irrimediabilmente, significa davvero scrivere sull’acqua e quindi accettare una infinita glossa, una infinita serie di traduzioni […]."
Questa scrittura reclama un tradimento, un trasporto, una consegna, un bacio. La scrittura kafkiana non vuole chiudersi in un senso ma aprire molteplici vie di interpretazione, di traduzione.
La sua scrittura oscilla tra i significati perché Kafka scrive in codice. Ecco perché questa parola tende ma non porta al di là, come suggerisce anche uno scritto di Camilla Miglio.
”La parola di Kafka, che è anche invocazione, preghiera, poesia, ha una funzione critica: misura, il mondo di qui e ora, lo rapporta per paradosso alla trascendenza, ma non presume di accedervi. È una parola rigorosa allo stesso titolo di quella dei sapienti proprio perché si mostra fragile, perché non promette ponti sicuri verso l’“altra parte“, eppure li lascia intuire. La parola di Kafka resta sospesa in questo precario equilibrio.”
Kafka fa intuire, percepire un senso ma non lo dona compiutamente. Il suo desiderio forse è proprio quello di restare nel codice e continuare a costruire, e l’assalto al limite è la tentazione a cui non riesce a rinunciare, il desiderio a cui soggiace, a cui dona il suo respiro fino a restare senza fiato. Come avviene nelle sale de Il processo.
Nel trasportare queste parole da un codice all’altro può capitare allora di andare al di là. Eppure questi Gleichnissen resteranno Gleichnissen ovvero metafore, similitudini, perché non è la chiarezza dell’ immagine il fulcro di questo apologo ma forse proprio questo iato tra codice e realtà. Lo iato tra i codici che ci permette di differire le opere e tradurre. Proprio come in questo gioco tra codice e realtà così nella traduzione forse a volte si vince in realtà quando si pensa di aver vinto nel codice e viceversa.
– (f)iato - consegna/resurrezione.
ə - Gleichnissen/Codici.




